Archivo de la etiqueta: Mondo e Missione

La mia musica meticcia che parla di tante radici

La periodista escritora Laura Badaracchi, de la revista romana “Mondo e Missione” escribió un interesante artículo/entrevista sobre mi libro y su autor.

Es particularmente interesante porque revela, además de la parte “escritor emigrante” también lo que soy como músico. En dicho artículo se comentan las temáticas de mi libro “Di qui e d’altrove”, mi visión sobre los emigrantes italianos en Uruguay, lo que siento siendo emigrante aquí y como vivo el ser músico, el representar de algún modo, musicalmente y culturalmente, a mi tierra natal.

DALL’URUGUAY, NATO DA FAMIGLIA ITALIANA, ALLA FRANCIACORTA: SEMPRE MIGRANTE

CANTAUTORE, chitarrista e compositore: così si definisce Angel Luis Galzerano, di origini italiane, nato quarant’anni fa in un quartiere operaio alla pe-riferia di Montevideo. La sua è una storia di anda-ta e ritorno: originario di una famiglia emigrata da un paesino del Salernitano alla ricerca di una sor-te migliore che si rivelerà un miraggio, è diventa-to un immigrato scegliendo di compiere il percor-so a ritroso. Dall’Uruguay è tornato nel nostro Paese provando a «mante-nere lo sguardo distante e vigile allo scopo di coglie-re (e magari di scrivere) ogni differenza tra la vita
precedente e successiva al-la mia partenza».

Lo rac-conta in Di qui e d’altrove. Fotostoria di un’emigrazio-ne, edito da Compagnia del-le Lettere (128 pagine, 10 euro).

Solitamente si esprime con le note, componendo co-lonne sonore per opere tea-trali e documentari, pubbli-cando raccolte e collabo-rando con scuole e associa-zioni in progetti intercultu-rali. «Come cantautore met-to in musica le storie che mi colpiscono; a volte non diventano canzoni e, sen-za quasi accorgermene, si sono trasformate in rac-conti», spiega.

Quello delle migrazioni è un tema che caratterizza i suoi spettacoli: «Durante i concer-ti parlo spesso degli italiani in Uruguay e Argentina, dei miei parenti radicati a Campora, in provincia di Salerno. L’oblìo porta via la storia di persone mor-te lontane dal luogo che le vide nascere: scriverne è come ridare alla loro memoria una nuova vita e dignità».

Lo sguardo di Galzerano si allarga dai suoi affetti fino agli italiani, che «sono stati un popolo di emi-granti, ma pare se ne dimentichino quando gli emigranti di altri Paesi arrivano qui». Avendo nel suo Dna lo status di immigrato, e di emigrante di seconda generazione, ha incontrato nella sua esistenza pregiudizi: «In Uruguay non mi sono mai sentito diverso dagli altri, anche se vedevo la discriminazione nei confronti di mio padre: non parlava bene lo spagnolo ed era “el tano”, l’italiano della situazione; era preso in giro per la sua dizione imperfetta». In Uruguay e Argentina la figura dell’italiano e dello spagnolo (in arrivo dai Paesi con il numero più alto di emigranti verso le due nazio-ni latinoamericane) fa parte «del folklore, una spe-cie di caricatura – riferisce Angel -. Sono coloro che non sanno bene la lingua, gesticolano troppo e so-no un po’ ingenui: proprio come vengono rappre-sentati nei telefilm statunitensi, anche se meno le-gati al cliché del mafioso».

STEREOTIPI CHE, purtroppo, sembrano esser-si globalizzati. «Qui ho intercettato i luoghi comu-ni sull’America Latina: per alcuni siamo salsa, me-rengue, calcio, e qualche anno fa anche guerriglia, poca voglia di lavorare…». Nello stigma sociale, immigrati stranieri in Italia ed emigranti italiani al-l’estero appaiono due facce della stessa medaglia, «con gli stessi problemi. Cambiano i tratti somati-ci, il colore della pelle, ma bisogni e sofferenze so-no analoghi. Perché siamo tutti impastati di dolo-re, passione, fragilità, necessità di essere accolti spiritualmente e materialmente». Oggi Galzerano vive in Franciacorta, tra Brescia e l’estremità meri-dionale del Lago d’Iseo, dove si è sentito talvolta ad-ditare come «terrone» e tuttavia si percepisce integrato, anche se ammette di essere «privilegiato, per il mestiere che faccio. In generale, i migranti so-no ancora braccia da lavoro ed emergenza da ge-stire, a seconda se ci sono elezioni o meno in vista…».

Eppure semi d’integrazione crescono nelle scuole: «Quando vado a fare incontri o laboratori sulla mu-sica e la cultura latinoamericana, vedo i figli degli immigrati accanto ai ragazzi italiani: per loro lo sta-re insieme è la cosa più normale di questo mondo».

La stratificazione culturale, quindi, rappresenta per il Galzerano, figlio di emigrati, una ricchezza da condividere: «Provo l’orgoglio di sapere che in me scorre sangue italiano; gli italiani sono parte di una cultura millenaria ammirata e studiata in tutto il mondo. Dalle mie radici ho ereditato anche il legame con la terra, dato che i miei genitori provenivano da una realtà agricola, e la voglia di non arrendersi nelle situazioni più avverse. Ora sto scoprendo la musica del Sud». Sull’altro fronte, quello dell’immigrato nel nostro Paese, confida che proprio arrivando nella Penisola ha scoperto che «ero anche latinoamericano. Sembra paradossale, ma l’Uruguay è forse il Paese meno latinoamericano, l’unico senza popolazione indigena e méta di grandi migrazioni da Italia e Spagna». Valorizzare questo aspetto della sua vita ha permesso all’artista di scovare «un infinito patrimonio musicale da cui attingere, da quello popolare a quello mediterraneo, fino alla musica d’autore spagnola, italiana, francese ed ebraica. Vorrei che nelle mie canzoni tutti questi elementi si incontrassero: troverei poco interessante fare un disco solo di tango o di bossa nova…».

LAURA BADARACCHI