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Presentazione del libro “Di qui e d’altrove”: Central Park di Pontinia (LT)

L’Uruguay di Angel Galzerano a Pontinia

Lunedì 1 Agosto, nella bella cornice offerta dal Central Park di Pontinia (LT) presentazione del libro “Di qui e d’altrove” dello scrittore uruguaiano Angel Luis Galzerano.

Galzerano è scrittore e cantautore che metterà in scena, in collaborazione con Gerardo Ferrara attore e percussionista, l’epopea di una doppia emigrazione.
Angel infatti è figlio di emigranti italiani spostatisi in Uruguay per cercar fortuna. Anni dopo lui stesso è tornato in Italia da emigrante, ha imparato la nostra lingua da adulto, e ora scrive romanzi in italiano.

Questo incontro è un percorso in musica e parole, che coniuga la lettura di brani con l’accompagnamento musicale. State infatti sfogliando un album di una famiglia di emigranti italiani, del sud Italia: è un ponte di parole e musica che parte dall’America Latina e attraversa la nostra Italia, per arrivare dritto nel cuore degli ascoltatori.

ANGEL GALZERANO, chitarra, voce.
GERARDO FERRARA, percussioni e voce narrante

Recensione a Di qui e d’altrove di Angel Luis Galzerano

Se pensate che questo sia l’ennesimo libro sull’emigrazione, non temete: non è così. È la storia di un viaggio. Alla rovescia. Un viaggio di ritorno a cui manca l’andata. E non è un particolare da niente. Si conoscono molte storie di emigrazione, ma poco o nulla si sa sulla strada del ritorno, laddove il rientro può avvenire per obbligo, per desiderio, per destino.

Conosciamo lo spaesamento di chi arriva in terra straniera. Ma chi parla di ciò che si prova a tornare in una madrepatria che in realtà non si conosce? Finalmente lo fa qui Angel Luis Galzerano, quarto figlio di emigranti italiani trapiantati in Uruguay (l’unico dei fratelli a portare un nome spagnolo, anzi due, quasi che il destino volesse ricordargli a quale terra appartenga), che un giorno sceglie di tornare a casa. Una casa di cui non conosce la lingua, se non quel delizioso intreccio di dialetto e idioma locale che per molti italiani all’estero è la lingua madre. Una terra d’origine che fino a quel momento ha conosciuto attraverso il volto e i racconti dei suoi, le foto di famiglia, le valigie di cartone riposte ma non nascoste.

Chi ha provato sulla propria pelle quest’esperienza, chi sa cosa significhi lasciare la propria casa e andare verso la madrepatria, si riconoscerà immediatamente in alcuni passaggi di questo libro. Come nel ricordo del paesino natale, “Comunque il nostro barrio è rimasto là, cristallizzato nella mente, quasi come se aspettasse il nostro ritorno… E ogni volta che possiamo tornare è un ritorno felice; le strade sono un po’ più piccole di come le ricordavamo, ma ogni angolo sembra riconoscerci e ogni volta rivederlo è rivivere la nostra storia, è sognare per un po’ che quelle feste da bambini, al nostro arrivo, possano riprendere e farci dimenticare per un momento che anche lì, dove il nostro destino di emigranti ci porterà, noi cercheremo senza saperlo il barrio dalle larghe strade alberate che guardano verso il mare.” È esattamente così. Come quando si torna e in un attimo si riconquista la città percorrendola in lungo e in largo, come a dirle sono io, sono di nuovo qui.

Non manca un doveroso tributo alle donne, cui l’autore rende omaggio così:“Per ogni uomo che parte c’è una donna che resta, che lo aspetta o che lo segue. Le donne: migliaia di storie, piccole grandi eroine silenziose che, nell’Italia del prima e dopo guerra, diventavano emigranti quasi mai per loro scelta”. Nelle storie delle migrazioni, questo è un aspetto mai abbastanza sottolineato: sono le donne le prime a risentire dello sradicamento, loro a cui spesso nessuno chiedeva se fossero d’accordo, se fossero felici o meno di mollare una vita, affetti, oggetti e andare verso un luogo lontano con un’altra lingua e una vita da ricominciare, magari portandosi dietro qualche figlio, e con qualche altro da mettere in conto. Tra queste figure, Galzerano dedica un ritratto delicato e quasi in punta di piedi ad Angelina Guida, sua madre, e allo straziante destino di una donna che, come spesso accadeva all’epoca, dovette calpestare un sentiero che altri avevano già disegnato per lei, senza chiederle il parere. A lei è dedicato il libro, e “a tutto ciò che non è stato”.

Difficile inoltre non ritrovarsi nei paesaggi malinconici di un’Italia del nord, mentre “cammino e come altre volte ritorno a pensare che la vita, in questo momento, sta passando da qualche altra parte”. Del resto, se è vero che “Si parte quasi sempre con l’idea del ritorno”, è anche vero che “lo scontrarsi con la dura realtà dell’esilio, dell’integrazione e della nostalgia, ci separa dalle persone come se vivessimo in una storia non scritta per noi, ci fa restare ai margini e indifferenti alle nuove realtà”. Ma l’esilio di cui parla l’autore è subdolo, un esilio in una terra che in realtà è sua, la stessa da cui erano partiti i suoi genitori, e allora perché tanto spaesamento? Perché la propria terra è quella dove ci si sente a casa, l’unico luogo dove si può abdicare a se stessi. Così, “ci ritroviamo a fare il tifo per le squadre dove giocano i nostri connazionali anche se non ci piace il calcio. Appendiamo la bandiera e la foto della nostra città alle pareti”. Piccoli grandi rituali di un copione a cui non si sfugge. Anche perché dentro sappiamo bene che “Quando si parte lo si fa per sempre. Anche se dovessimo tornare, un altro è colui che torna e un’altra è la nostra terra”.

Una postilla sull’autore. Se c’è una cosa che colpisce oggigiorno è l’umiltà, dà quasi un senso di vertigine, circondati come siamo da persone che indossano pomposamente la qualifica di scrittori, spesso senza possederla. Qui invece, Galzerano esordisce avvertendo: “Sono un cantautore, cioè compongo canzoni. Lo dico per farvi sapere da subito che non sono uno scrittore”. È una modestia che gli rende onore. Perché invece questa storia è scritta in modo scorrevole e coinvolgente. Però è vero, non è propriamente un romanzo. È un album di fotografie, immagini, luoghi, tra Campora e Montevideo, tra donne e personaggi destinati a diventare leggenda. A tratti il musicista prende il sopravvento sullo scrittore e compaiono versi che sembrano (e spesso sono) canzoni.

Yasmine Roberta Catalano

Yasmine Roberta Catalano è nata nel 1975 a Roma. Di origine libanese, è maghrebina nell’anima. Ha vissuto quindici anni in Marocco ed è poi tornata a Roma dove si è laureata in Letterature Comparate. Collabora con diverse case editrici. Ha tradotto testi, pubblicato recensioni e saggi su numerose riviste letterarie. Ha vinto tre premi letterari giovanili. “Schegge di memoria. Gli italiani in Marocco”, (edizioni Senso Unico), è il suo primo libro.

Fuente:http://ww3.comune.fe.it/vocidalsilenzio/yasminegalzerano.htm

Presentazione del mio libro “Di qui e d’altrove” a Orzinuovi

Venerdi 19 novembre ho fatto la presentazione del mio libro “Di qui e d’altrove” a Orzinuovi (BS) per una Associazione che promuove la multiculturalità. La associazione si chiama Dimau Diversi Ma Uguali e il nome della iniziativa è -Un ponte di parole.

Serata di grande intensità e interesse ad approfondire le altre culture. Persone splendide con cui ho condiviso i miei racconti. Ecco alcune immagini della serata.

Eso sí que es vista…

Me rio siempre cada vez que me acuerdo; en el liceo tuve una profesora de música terrible. Ella llegaba con su veneranda edad, con su solemne autoridad y ponía un disco de música clásica pretendiendo de sus alumnos concentración total.

Y en el silencio escuchábamos lo que ella nos obligaba a escuchar, sin poderla contradecir o exprimir nuestro parecer.
Después de tal acción, los que no dormíamos teníamos que estar emocionados por “tanta belleza”…

Lógicamente no era el mejor modo para descubrir los grandes compositores del pasado. Nosotros estábamos, como la lógica exigía, siempre pensando lo que podíamos hacer para conquistar nuestras compañeritas y no le veíamos la utilidad a toda esta música sin guitarras eléctricas ni baterías, sin posibilidad de poderla bailar para nuestra finalidad.

Yo traté, con buena voluntad de mi parte, de encontrar el modo de dialogar con el “dinosaurio” y en una de las lecciones llegué con mi disco de “Los Beatles” preferido para mostrarle que música escuchaban sus alumnos.

Ella (no recuerdo su nombre y está bien que así sea…) me miró con infinita piedad y me dijo “ mire, usted está justificado por la joven edad y por eso no puede entender…de estos cuatro peludos sucios, dentro de, máximo diez años, (era el 1976) nadie se va a acordar. Acuérdese usted de mi cuando esto suceda. Seguro que no recordará porque usted y la música son algo opuesto; la música y su persona no tienen nada que ver…”

Seguramente a ella no la olvidaría; después de mi “provocación” me odió a muerte y en el examen de música no pasé. Me tocó volverlo a dar después de haber estudiado todas las lecciones a la perfección para no darle la posibilidad a la “Dino” de volverme a humillar, malgastando así parte de aquel verano de mi vida.

Esta vez respondí a todo correctamente, hasta lo que lo no habíamos estudiado y que ella me preguntó igualmente. Y lo salvé. Cuando llegó el final del examen volvió a decirme que no cometiera el error de elegir la música como objetivo de mis estudios, que no perdiera tiempo porque aquello no era “para todos…” Lógicamente con el intento de humillarme otra vez.

Quizás debo agradecerle por su obtusidad que debe haber movido mi orgullo; mi profesión hoy tiene que ver mucho con la música, soy un cantautor y escribo música para documentales y obras de teatro. He publicado discos y colaboro como músico externo con varios Conservatorios como guitarrista.

También enseño guitarra en las escuelas y cuando veo los libros de música de mis alumnos con enteros capítulos dedicados a los Beatles y su música no puedo contener mi risa….