La Montevideo che avemmo

Talvolta, quando vedo un bambino che gioca, mi ritrovo, tutto ad un tratto, nel mio vecchio quartiere, un quartiere operaio della periferia di Montevideo. Lo chiamavano con diversi nomi : per i più generosi era “La cruz de Carrasco” o “Jardines de Carrasco”, per gli ironici “El barrio de la humedad” (il quartiere dell’umidità) o “La palangana” (parola difficile da tradurre).

Tali nomi erano dovuti al fatto che il quartiere sì allagava anche se pioveva soltanto per pochi giorni.Molti dei suoi abitanti erano italiani o d’ origine italiana e forse per questo motivo le sue strade avevano il nome di località d’ Italia: calle Salerno, Etna, Agrigento, Avenida Italia.

Avenida Italia era la linea di confine tra noi e Carrasco, ricco quartiere di lussuose ville e di verdi giardini.

Noi avevamo tutto ciò che può offrire un barrio e forse di più: un campo da calcio,una bottega di generi alimentari, fermate d’autobus,larghe strade alberate che conducevano al mare ed infine un bellissimo parco (El parque Rivera) con un lago e quattro piccole isole. Ma forse gli elementi più caratteristici erano i suoi abitanti che si portavano addosso molto della loro nazione d’ origine.

C’era Franco, che ogni domenica mattina metteva sulle finestre di casa le casse del suo stereo per fare ascoltare musica italiana ai vicini che sembravano gradire questo comune ascolto ;c’era Amerigo che d’estate faceva il gelato e , per la gioia di noi bambini ,ci invitava a consumarlo con lui.

Vittoria,signora anziana dai capelli bianco argento, che era sua madre e un po’ anche la nostra ed era piena d’ affetto nei nostri riguardi.

Ricordo anche un fisarmonicista, che suonava sempre sotto l’albero di casa sua ed era l’ ospite d’ onore delle feste, la signora Rosa, la fruttivendola , che a volte ci regalava la frutta.

Insomma,c’era molta Italia in questo posto ed ovviamente molta evocazione e nostalgia.
E noi bambini facevamo diventare questa nostalgia desiderio di conoscere quel luogo di cui tanto sentivamo parlare.Nei nostri pensieri era un luogo ideale dove abitavano nonni,zii ,cugini e altre persone che ormai ci sembrava di conoscere.

A volte, quando i compaesani viaggiavano arrivavano regali e tutto si trasformava in festa e non ci sembrava strano voler bene a qualcuno che non avevamo mai incontrato.

Qualche anno dopo incominciò il declino economico di questi posti dove prima regnava stabilità, dove i suoi abitanti erano stati preservati dalle guerre e la miseria di Europa, e dove gli stranieri erano venuti cercando una terra promessa che li accogliesse e la possibilità di riprendersi la propria dignità.

Così diventammo nostro malgrado anche noi emigranti di seconda generazione e abbiamo ricominciato da capo tutto ciò che vissero i nostri genitori, riuscendo a sentire,questa volta sulla nostra pelle, quello che loro avevano vissuto.

Comunque il nostro barrio è rimasto là,cristallizzato nella nostra mente, quasi come se aspettasse il nostro ritorno.

E ogni volta che possiamo tornare è un ritorno felice; le strade sono un po’ più piccole di come le ricordavamo ma ogni angolo sembra riconoscerci e ogni volta rivederlo è rivivere la nostra storia, è sognare per un po’ che quelle feste da bambini, al nostro arrivo possano riprendere e dimenticare per un momento che la’ , dove il nostro destino di emigranti ci porterà,noi cercheremo anche senza saperlo il barrio delle larghe strade alberate che guardano verso il mare.

Vicino alla prima casa della nostra via c’era una falegnameria dove viveva e lavorava un falegname di cui ricordo il volto ma non il nome e nonostante il tempo trascorso, in me è rimasto presente il suo lavoro più originale.

Lentamente,tra un lavoro e l’ altro, asse dopo asse prese forma davanti alla sua falegnameria una splendida barca di colori vivaci e sgargianti.

La barca ultimata copriva l’ intera facciata della officina,e così ,nel giro di poco tempo,il nostro quartiere diventò “el barrio del barco” , una indicazione precisa per chi volessi trovarti.

Molte volte la barca colorata diventava il trasporto della nostra immaginazione e nei nostri sogni partivamo per ignote destinazioni, combattendo pirati crudeli e inseguendo mitici mostri marini .

Usurata dal tempo , il sole e la pioggia la resero un’ immagine malinconica (poche cose trasmettono più malinconia che una nave ancorata a terra) ,quasi una metafora della vita; un mancato appuntamento con ciò che avrebbe giustificato la sua esistenza: il mare.

Nessuno seppe mai perché il falegname la costruì.
Oggi la ricordo con un po’ di nostalgia per quegli anni trascorsi a far volare aquiloni e a compiere viaggi inseguendo il vento; mi piace credere che il suo costruttore abbia pensato di poter un giorno prendere
Il largo con la sua barca e far ritorno a quel luogo che, nella sua giovinezza, lo aveva visto partire.

Angel Galzerano

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